E' troppo facile, e certamente superficiale, insinuare il dubbio che tangentopoli abbia contraddistinto la vita politica anche del secolo scorso: questo è però il senso che chiaramente emerge dall'articolo a firma di Maurizio Lupo apparso su "La Stampa" di Domenica 3 marzo.
Stupisce poi che Piergiuseppe Menietti, un collaboratore del Generale Amoretti, il cui gruppo ha come scopo, attraverso il recupero della Cittadella, proprio il ricordare il nostro antico Piemonte ricco di tradizioni e valori, lasci pensare a qualche intrallazzo intercorso in occasione dell'abbattimento della Cittadella.
Non vogliamo entrare nel merito circa l'opportunità storica ed artistica di abbattere il vanto militare della Torino cinquecentesca , quella Cittadella che con accorgimenti militari segreti (il "Pastiss", ad esempio) poteva considerarsi una delle roccaforti migliori dell'epoca.
Siamo nell'ottocento, quel secolo che con un coraggio che oggi non abbiamo più seppe passare da Napoleone alla Restaurazione, dalle guerre del Risorgimento alla Rivoluzione Industriale, sempre innovando, sempre dando una impronta dinamica e di mutamenti ai costumi, alla tecnica, all'arte ed all'architettura.
E' con questo spirito che va vista la decisione di abbattere le mura delle fortificazioni ormai inutili, viste solo come un ostacolo all'espansione di quella che da Capitale di un piccolo Regno stava diventando la Capitale del Regno d'Italia.
Dopo l'approvazione del Parlamento, il Governo decise di operare come era tradizione in Torino : concedere gratuitamente i terreni a quei privati che fossero in grado di costruire nuovi palazzi in base a precise indicazioni urbanistiche e di stile. Così era già successo in occasione della costruzione di piazza San Carlo, con risultati tanto brillanti da farla considerare da tutti i visitatori stranieri come una delle più belle piazze d'Italia; così successe per le nuove costruzione che prendevano il posto delle vecchie mura ormai inutili alla difesa della Città.
Il caso di Alfonso Lamarmora, che si vide assegnare del terreno (parte del quale destinò a giardino pubblico, con un gesto oggi non così comune) non può quindi essere considerato come un caso di corruzione, ma come una normale prassi per il bene della Città.
Anche l'impresario Giovanni Frisetti (antenato, per via di donne, di casa Agnelli), ad esempio, il 29 ottobre 1863 riceveva a titolo gratuito 2 lotti fabbricabili di mq. 4206.61, "cessione finalizzata all'ampliamento ed abbellimento gratuito della Città". Tali cessioni erano subordinate alla scrupolosa osservanza di precise regole che miravano a mantenere uniformità e decoro alle costruzioni : su queste basi nacque via Cernaia che con i suoi eleganti portici diventò ben presto una delle passeggiate preferite dei Torinesi.
Forse che nell'attribuire ai nostri antenati i vizi nostri ci si senta meno colpevoli ?
Ci pare un comportamento ben strano, proprio degli Italiani di oggi, il voler in ogni modo denigrare il proprio Paese, quel Paese di cui dovremmo andare fieri, consci di avere avuto in chi ci ha preceduti (non tutti, per carità, ma certamente la maggior parte) esempi non comuni di rettitudine, di capacità e saggezza amministrativa, di lungimiranza. Se quegli esempi fossero oggi seguiti, forse avremmo metropolitane, parcheggi, sottopassi, case per gli immigrati....ma questa è un'altra epoca in cui si stenta a ritrovare i valori della tradizione!
Bollettino VIVA N.1
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